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Lavorare nel sociale: perché qualcuno è pagato e qualcuno no?

24 Agosto 2023

La domanda delle domande, dopo tanti anni trascorsi a lavorare nel sociale rimane ancora questa: perché chi “fa” sociale viene “pure” pagato? Ho sempre pensato che sia una domanda utile perché in Trentino moltissimi servizi sono ancora (per fortuna) garantiti dal volontariato e quindi la cosa può creare confusione. 

Art. 3 della Costituzione

Tranquilli, non ho intenzione di tirare un pippone, voglio solo partire dalle basi. Il welfare italiano affonda le sue radici nell’articolo 3 della Costituzione che impegna la Repubblica a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

È sulla base di questo articolo che vengono finanziati dall’ente pubblico servizi sociali di vario tipo, dai contributi economici ai servizi di conciliazione. Si tratta, cioè, di garantire che tutti e tutte (di qualsiasi età, con qualsiasi condizione economica, di qualsiasi origine) abbiano la possibilità di essere autonomi e condurre una vita “dignitosa”

Disagio, fragilità, supporto e tutela

Ad oggi, il lavoro nel sociale si occupa generalmente di quattro grandi aree

La tutela è tutta l’area che riguarda la protezione da una situazione di costrizione o di violenza (non solo fisica) di una persona. 

Gli interventi sul disagio sono, invece, legati al sostegno (anche economico) di persone che si trovano a vivere problematiche profonde, difficili da superare, complesse e - tendenzialmente - lunghe nel tempo. Sono quelle situazioni nelle quali le persone rischiano di trovarsi emarginate dalla società, alle volte dai loro stessi famigliari. In queste due aree, l’aiuto che si può - e si deve - dare non può essere solamente un gesto “di buon cuore”. Serve competenza sociale, conoscenze, serve sapere cosa fare e come farlo, non è solo “dare una mano” ma impostare un percorso fatto di piccoli passi attraverso i quali quella persona riesca effettivamente a “uscirne bene”.

Non lasciare nessuno da solo

Lavorare nel sociale significa occuparsi anche di fragilità e di supporto. La fragilità arriva a tutti nella vita: sono quei momenti nei quali si “incastrano” cose diverse, che ti mettono in difficoltà. Perdi il lavoro e ti trovi con troppe rate da pagare a fine mese. Nasce un figlio e non hai una rete familiare di supporto vicino a te. Un tuo familiare ha una malattia lunga. Cominci a preoccuparti per i tuoi genitori anziani, soprattutto perchè sai che non potrai prendertene cura a tempo pieno. Cose così. Qui entrano in campo i volontari, generalmente a supporto degli operatori con competenza sociale. Significa cioè che si organizza un servizio, impostato e coordinato da chi conosce bene le fragilità sociali e come affrontarle, e poi le attività “quotidiane” sono gestite da persone che lo fanno gratuitamente, perché vogliono contribuire e portare il loro aiuto. È il caso per esempio dei pacchi viveri, dei centri per la raccolta di vestiti usati, di alcuni dormitori per senzatetto. C’è poi il supporto che tecnicamente significa garantire “un appoggio”. Lo si garantisce nei casi di cui sopra - e ne abbiamo già parlato - ma lo si garantisce a tutte le persone, senza che abbiano necessariamente “problemi”. Un appoggio serve per riuscire ad essere (lo ricordo) autonomi e avere una vita “dignitosa”. Più una comunità riesce a garantire appoggio a chi la vive, meglio sta. Il lavoro nel sociale riguarda sostanzialmente il non lasciare nessuno da solo. Ed è una faccenda che riguarda tutti e tutte.

Nb. le professioni più richieste per lavorare nel sociale:

Assistenti sociali, educatori professionali, psicologi, sociologi, pedagogisti, mediatori culturali. 

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